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giovedì, aprile 17, 2014

RENZI STIA ATTENTO AI SUOI 



È indubbio che Renzi ce l’abbia nel DNA quel suo modo di argomentare, fatto di schiettezza e di palese violenza verbale, senza nessuna perifrasi che salvi almeno la forma; insomma, tutto il contrario di quello che è il “politichese”, tanto amato dai suoi colleghi che campano di politica.
L’ultima sua uscita in questa chiave è stata l’allocuzione rivolta alla burocrazia, noto male che l’Italia subisce da tantissimi anni; “serve una violenta lotta contro la burocrazia”, ebbene, i suoi colleghi l’hanno presa male; Bersani: “non mi piace certa sbrigatività”; e infatti il premier usa la clava dove il “politicamente corretto” vorrebbe uno spadino o meglio ancora un fiore appena un po’ pungente.
Il problema, caso mai, sarebbe quello di  sapere se il “politicamente corrette” è anche “utile” all’Italia o se qualche randellata, accompagnata da qualche pedata nel sedere, non serva meglio alla causa del Paese.
Intendiamoci subito su una cosa: non è detto che “il rottamatore” le dica tutte giuste, in quanto non sarebbe possibile; una cosa però è certa: questo Paese, dopo averne viste di tutti i colori – governo dei tecnici, Monti, Letta – sente una sorta di necessità di abolire il vellutato fraseggio usato dai politici.
Il problema, però, sono i politici – come sempre – e in particolare quelli che io definisco “i parrucconi”, indipendentemente dall’età anagrafica; di questi professionisti della politica, la schiera maggiormente rappresentativa è dentro al partito di Renzi e, infatti, si arriva al vecchio slogan: “dai nemici mi guardo io, ma dagli amici mi guardi Dio”.
Questi signori comprendono benissimo che se Renzi dovesse “sfondare” alle europee grazie alle iniziative politiche messe in campo, poi sarebbe ben difficile toglierlo di torno; le ottanta euro, il taglio degli stipendi dei manager pubblici, e il tentativo di abolizione delle Province e del Senato (in fase avanzata di esecuzione). Sono delle realtà che gli italiani hanno apprezzato e soprattutto – al di là della effettiva validità – hanno messo tutto in conto “solo” al Renzi e non al PD.
Gli altri protestano (i grillini) con chiarissimi limiti operativi e con scarso appeal della gente che è stufa degli attacchi a Napolitano che non risolvono niente e che non vede risolvere i suoi problemi; oppure si ritrovano “congelati” dentro delle posizioni di netta impotenza (Berlusconi) e di scarsa visibilità e accoglienza (Alfano); insomma, così come sembra stiano le cose, Renzi sembra avere la strada spianata ed anche eventuali errori – di qualunque genere – gli vengono perdonati dalla gente comune, ma non dai suoi compagni di partito.
Se proprio Renzi vuole conquistare il popolo italiano, dovrebbe continuare ad usare la clava e sbatterla sulla testa di coloro che lo meritano; inoltre potrebbe tentare di realizzare un vero e proprio “miracolo”: togliere la “crosta” della vecchia classe dirigente per fare emergere forze nuove, con nuove idee di cui tutti hanno bisogno per accendere luci nuove.
Glielo consentiranno? Non sarà semplice e neppure facile; e del resto non vedo perché gli “altri” (cioè gli amici) dovrebbero comportarsi diversamente: se va avanti lui crollano tutti gli altri e quindi ognuno – come è umano – tira l’acqua al proprio mulino.
Renzi ha la “sua” battaglia: fare il possibile per il lavoro ai giovani, ma anche spostare l’ottica del problema anche ai cinquantenni espulsi dal mondo del lavoro che non meritano certo questa forma di esilio. So bene che per fare tutto questo occorrono denari, ma anche una precisa volontà “politica”; mi sembra che non gli manchi.

martedì, aprile 15, 2014

ZIBALDONE N.4/2014 



Lo zibaldone di questo mese è centrato su tre notizie che mi hanno interessato e che spero interessino anche i miei amici lettori.
LA PRIMA riguarda il Sindaco di Roma, dimostratosi – in questa circostanza – molto “creativo”; egli infatti, ha dato ordine agli uffici di non usare il termine “nomadi”, intendendo “zingari”, suggerendo al suo posto Rom, Sinti e Caminanti.
“E’ un atto per il superamento di ogni forma di discriminazione “, ha spiegato saccentemente il nostro primo cittadino; ovviamente su Internet le battute si sono sprecate: uno ha scritto “poteva chiamarli diversamente stanziali”, mentre un altro ha suggerito di definirli “cittadini romani a tempo determinato”.
E dire che si credeva che il Comune facesse parte di quegli enti inutili da ridimensionare oppure addirittura da chiudere; sbagliavamo: chi ci avrebbe fornito questa quintessenza di saggezza??
LA SECONDA si riferisce al nostro premier Matteo Renzi; è passato meno di un mese da quella conferenza stampa in cui Renzi annunciò i suoi propositi riformatori, eppure sembra già un uomo diverso, più sicuro di sé, dunque meno bisognoso di trovate ad effetto. Per commentare il DEF – documento di economia e finanza, usa due soli aggettivi – “serio” e “prudente” – mettendo così a tacere lo scetticismo dei soliti malevoli osservatori a proposito delle “coperture”, cioè i denari, da trovare per eseguire la manovra.
E poi, l’atteggiamento alla Riobin Hood si addice così bene a questa manovra che tutti ne hanno fatto riferimento: togliere ai privilegiati per dare ai bisognosi.
Sembra uno slogan facile a dire ma difficile a realizzare e invece il nostro premier sta facendo di tutto per realizzarlo: si pensi che l’abbattimento dell’Irpef ai lavoratori che guadagnano meno di 25/mila euro lordi l’annio avverrà aumentando la tassazione su una delle categorie considerata da sempre privilegiata: le banche.
Ed anche la “spending review” sembra impostata in modo nuovo: non più tagli alla spesa pubblica, ma “giustizia sociale”.
Insomma, il popolo di Nottingham, vessato dal famigerato “sceriffo”, adesso ha il suo Robin Hood; speriamo che duri.
LA TERZA riguarda una cosa “buffa” e al tempo stesso interessante: avete notato che adesso, quando un cameraman inquadra il volto di un personaggio, questi – prima di parlare – si copre la bocca ad evitare il rischio che venga fatta la lettura del labiale ?
Uno di questi è Renzi, che in Parlamento è stato spesso beccato mentre sussurrava occultando le labbra; pensate che allo stesso modo si è comportato con un sussurro indirizzato al Presidente della Repubblica, il quale si è ben guardato dal rispondere.
Parlare con la mano davanti alla bocca non è, come potrebbe sembrare, un dignitoso gesto di tutela della privacy, bensì un’ammissione di debolezza dato che se mi copro le labbra significa che  voglio dire qualcosa che non ripeterei mai davanti a tutti.
Allora, a parte che una delle più importanti cariche dello Stato dovrebbe dire in pubblico solo quello che è assolutamente “conveniente”, possiamo suggerire che in alternativa o tace oppure usa una lingua semi sconosciuta (rumeno con accento argentino); ci sarebbe anche il sistema di intervallare il discorso con parole senza senso atte a mettere in difficoltà l’ascoltatore (es.: ampidottero, baraclusa,ecc.).
C’è anche il sistema infantile di raddoppiare ogni sillaba con la f seguita dalla stessa vocale: quindi Matteo diventa Mafattefeofo; buffo vero??

domenica, aprile 13, 2014

ANCORA SFORBICIATE 



Hanno trovato altri campi in cui andare a vedere se ci sono degli sprechi; e li hanno trovati; peraltro non era molto difficile.
Un grosso serbatoio lo hanno trovato nella selva delle società di servizi: sono circa 4.800 le società che gestiscono servizi pubblici locali e i componenti dei cda sono 26/mila.
Dalla sforbiciata dovrebbero derivare grossi risparmi (magari non a brevissima scadenza) specie nello sfoltire i cda che dirigono queste strutture.
Un bel colpo sarebbe l’abolizione del Cnel – Consiglio dell’economia e del lavoro, organismo che costa allo stato 20/milioni l’anno; negli ultimi 30 anni la struttura ha elaborato 123 proposte di legge, nessuna delle quali è stata approvata. Più inutili di così!! Da notare che della chiusura di questo ente se ne è già parlato nella scorsa settimana.
Una sforbiciata è prevista anche sulle Camere di Commercio; esse sono enti pubblici locali non territoriali, dotati di autonomia funzionale.
Già nel provvedimento sul lavoro – il Jobs Act – Renzi ebbe a dichiarare la necessità di eliminare l’obbligo di iscrizione e l’attribuzione delle loro funzioni a Comuni e ministeri, ma la resistenza è sempre stata gigantesca, specialmente a livello delle periferie.
Un altro problemi che il governo Renzi sta affrontando è l’alleggerimento delle strutture statali: le 103 Ragionerie territoriali, le 103 commissioni tributarie e le 107 commissioni distaccate dell’Agenzia delle Entrate potrebbero essere  sottoposte ad un processo di razionalizzazione, dal quale dovrebbero scaturire almeno 85/mila esuberi.
Per la motorizzazione sono previsti diversi accorpamenti: la struttura è una propaggine del ministero delle Infrastrutture su base regionale e da questo scaturisce l’ACI, strutture provinciali.
C’è poi il “calderone” dei cosiddetti enti inutili, una zavorra da 10/miliardi; se ci mettiamo a sfogliarli, troviamo l’Istituto di beneficenza Vittorio Emanuele  III, oppure l’Ente nazionale della montagna ed altri similari.
Per queste strutture esiste una lista compilata da Monti che potrebbe essere facilmente utilizzabile.
Queste operazioni di alta sforbiciatura faranno parte – insieme al Piano Italia – della valigetta che Renzi e Padoan porteranno alle cancellerie straniere ed al Fondo Monetario, per convincere gli ex colleghi suoi e di Cottarelli che il Paese è assolutamente credibile e che merita la fiducia che sta chiedendo.
Ipotizziamo una sorta di commissione d’esame, composta dalla Merkel, Obama, Cameron. Hollande, insomma tutti i leader del mondo contemporaneo che contano; viene in mente quello che ebbe a citare Monti  quando, con lo spread alle stelle, si senti talmente “distrutto” da ripetere la famosa frase che recitò De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi del 10 agosto 1946: “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”.
La frase è diventata famosa, come quelle che vengono dette in occasioni drammatiche, ma il nostro Renzi deve ricordarsi che tutti i leader sopra citati gli hanno mostrato molta cortesia; si aspettano grandi cose da lui; una luna di miele che sarebbe un peccato sprecare e quindi cerchiamo di agganciare la simpatia e incrociamo le dita.
E poi non dimentichiamo che oltre ai leader mondiali, c’è anche il popolo italiano che guarda e commenta, magari pacatamente, ma commenta!!

venerdì, aprile 11, 2014

UN NUOVO TERMINE: "SFORBICIARE" 



Dobbiamo essere onesti: il nostro premier ed il suo entourage, sono pieni d’inventiva e dopo aver inventato “la rottamazione” è stato inventato una nuova parola: “sforbiciare”, che, a occhio e croce, sta a indicare un’attività – veramente commendevole – in cui si ricerca le cose che possono essere tagliate e queste vengono “sforbiciate”, cioè tolte da un formale elenco in cui erano state immesse.
Adesso, tra le cose sforbiciate ci sono anche “le ambasciate” e, per la verità, quattro o cinque di queste rappresentanze sono state chiuse; ma come hanno fatto a scegliere questa o quella?
A parte l’importanza del luogo in cui l’ambasciata è allogata, il nostro sforbiciatore ha rilevato una cosa semplice: ha scoperto cioè che un maresciallo di guardia alla nostra ambasciata a Berlino guadagna quanto un primo segretario tedesco in servizio presso l’ambasciata di Frau Angela a Roma.
Si è andati oltre e si è scoperto altre cose interessanti: l’ambasciatore italiano a Parino guadagna 22/mila euro al mese, mentre il collega tedesco ne prende circa 8.500; allontaniamoci dall’Europa e vediamo se le differenze continuano: a Tokyo, il nostro ambasciatore guadagna 27/mila euro il mese, mentre quello tedesco ne prende meno della metà (10/mila euro il mese).
Facciamo un passo indietro: la squadra dei diplomatici ammontava a 8/mila unità, ma si è cominciato a tagliare già da tempo e oggi ne sono rimasti 6/mila (mica pochi!!).
Continuiamo a fare qualche altro esempio:; ovviamente il lavoro non è più quello di una volta, si va dai visti “dovuti”, al turista che non da notizie di se e inquieta i parenti; le ambasciate sono 153 ed i consolati 55; in caso di maggior bisogno si ricorre ai “consolati onorari” guidati da persone che non percepiscono uno stipendio fisso.
Tra un luogo e l’altro, ovviamente abbiamo delle differenze, soprattutto che discendono dal tipo di esistenza che l’ambasciatore è chiamato a sostenere; a Mogadiscio, probabilmente i ricevimenti che vediamo nei film, non se ne fanno o se avvengono, c’è più guardie che invitati; per questo motivo il mensile dell’ambasciatore è di 5.837 euro, più altri 4.000  proprio per la sede disagiata.
Analoga situazione trasportata a New York, ci mostra una atteggiamento opposto: evidentemente non viene considerata sede disagiata e infatti l’indennità che percepisce l’ambasciatore è di soli 3/mila euro.
Ci sono poi le ambasciate che sono state sistemate in luoghi ameni: quella di Santo Domingo, per esempio, è una di queste; sono convinto che per un miserevole stipendio da travet, ognuno di noi sarebbe disponibile ad andarci di corsa; e invece lo sforbiciatore l’ha chiusa, forse per “eccesso di richiesta”.
C’è poi una diversa categoria di sedi consolari: quelle messe in piedi da enti locali (Regioni e grandi Comuni); a parte le grandi sciocchezze che si vedono, cosa “obbliga” il Veneto a mantenere uffici in Cina, Romania e Bielorussia, oppure il Piemonte a mantenere il presidio in Corea del Sud.
Non ho letto niente di definitivo su questi enti, ma voglio proprio sperare che saranno sforbiciati a tutto spiano, altrimenti la gente non capirebbe.
Per concludere: al giorno d’oggi il lavoro di ambasciatore è quasi superfluo, in quanto primi ministri e cancellieri  si telefonano e si contattano anche via internet ; un’ultima considerazione: i tedeschi hanno una prassi per la quale assumono personale del luogo, mentre noi ci portiamo tutto da casa; e ci costa molto di più!!

mercoledì, aprile 09, 2014

DUE TIPI DI "RIVOLUZIONE" 



In questi ultimi tempi si sono avute due “manifestazioni” – convengo che sono differenti – che hanno delle similitudini: la prima è quello che è successo in Ucraina, mentre l’altra è accaduta in Venezuela.
Alla base di entrambe c’è sicuramente una sorta di “rabbia popolare”  cher unita alla crisi economica che costringe a tirare la cinghia, volge verso il regime imperante  al quale viene proposta tutta la gamma della rabbia popolare; in sintesi, l’oppressione e la repressione del regime, contrapposte alla corruzione della nomenklatura.
In entrambi ib casi – sia pure lontani migliaia di chilometri – i bilanci degli scontri sono stati sanguinosi: un centinaio di morti nelle strade di Kiev (forse di più) e una cinquantina in quelle di Caracas.
La vicenda ucraina si è diretta verso uno sbocco diverso:  dalla sommossa popolare: l’attacco al governo è stato spalleggiato dalla Russia che in pratica ha poi messo le meni su quello che gli interessava (gas, petrolio ed altre fonti emergetiche).
In Venezuela, invece, le cose sono andate diversamente: la gente è andata contro il governo della Nazione, il quale rappresentava l’ultimo esperimento socialista del ventunesimo secolo, quello imposto alla sua gente dal defunto Hugo Chavez.
Per la verità, anche in Venezuela i golpe erano ricorrenti come le feste del patrono, ma prima o poi lasciavano il posto a elezioni multipartitiche; come la storia insegna, le dittature militari sono reversibili, quelle ideologiche molto meno.
La rivoluzione bolivariana di Chavez appartiene alla categoria dei movimenti ideologici, essendosi ispirata al comunismo caraibico di Fidel Castro, copn una bella spennellata di Che Guevare.
Tutto questo “frutto misto” era stato sufficiente agli intellettuali ed ai politici nostalgici per celebrare Chavez come il nuovo caudillo, come colui che avrebbe riscattato – in un modo o nell’altro – le classi povere.
E invece che cosa è accaduto? Semplice; come nellì’ex URSS, negli ex satelliti, a Cuba, nella Corea del Nord, dovunque uil comunismo è sopravvissuto nelle sua versione “dura e pura” la povertà si è estesa e il tenore di vita si è livellato, ovviamente, verso il basso.
Per cui oggi, cioè quindici anni dopo l’avvento di Chavez e del suo comunismo,  e dopo solo un anno dalla sua morte, il suo successore – Nicolas Maduro – non riesce nemmeno a garantire il latte in polvere per i bambini.
La moneta nazionale, il bolivar, si svaluta da un giorno all’altro; l’inflazione è alle stelle e rode quei già miseri stipendi, la disoccupazione cresce a dismisura e genera manifestazioni di protesta dettate dal “bisogno”; in questo contesto protestatorio, s’infila la criminalità organizzata che fa il proprio comodo.
Intanto arrugginiscono gli impianti petroliferi “nazionalizzati” e sottratti ai privati negli ultimi anni e consegnati – da una burocrazia corrotta – a quella che da quelle parti chiamano “borghesia di stato”.
Questo è quanto accade a Caracas e bel resto del Venezuela; questo ikl background del silenzio che in Italia e in altri Stato europei (ma anche nell’amministrazione americana) circonda quella tragica vicenda.
In questo drammatico contesto, c’è stata l’uccisione di un giovane italiano, Roberto Annese, di cui la Polizia non riesce a trovare l’assassino; magari ci sarebbe da chiedersi se a Kiev le cose sarebbero andata a finire allo stesso modo!|!

lunedì, aprile 07, 2014

TANKO 



La parola del titolo è il nome che i “secessionisti” veneti avevano affibbiato al trabiccolo che stavano costruendo e che contrabbandavano come un autentico mezzo corazzato, molto simile – almeno sulla carta – ad un vero e proprio carro armato.
In un capannone di un paesetto in Provincia di Padova erano state fatte anche delle vere e proprie “prove di fuoco” che, a quanto ci viene riferito, sarebbero anche andate benissimo.
Insomma, dopo la presunta insurrezione del maggio 1997, nella quale venne provato un “carro armato” artigianale e con tale marchingegno fu conquistato il campanile di San Marco, gli stessi, o altri, rivoluzionari secessionisti ci riprovano, ma questa volta non hanno “conquistato” proprio niente, in quanto gli agenti della Digos – che li avevano da tempo intercettati telefonicamente – li hanno arrestati ancora prima di compiere qualche azione eroica.
Dato che il codice penale non  prevede il reato di imbecillità, i poveri sprovveduti sono stati accusati, oltre che di associazione a delinquere con finalità di terrorismo ed eversione,  di fabbricazione e detenzione di armi da guerra.
I paesani dei luoghi frequentati dagli “eversori”, la prendono a ridere e commentano: “la secessione? Una carnevalata!”, specificando che, per quanto veniva visto, i signori rivoluzionari arrivavano il sabato con tute da lavoro e si fermavano a bere un caffé e un grappino” e aggiungono: “ora capisco che cosa facevano”.
Ma dopo averli garbatamente presi in giro,  non possiamo esimerci dal domandaci il perché di questa buffa messa in scena; ed a questo proposito  i conoscitori della zona, ce la descrivono come una terra dove il ribellismo, la frustrazione e la rabbia erano attesi: è quella parte d’Italia che da sempre è stata indicata come il “faro del Paese” , coloro che mandava avanti la barca  e manteneva una nazione che poi si faceva spennare dai furboni del Sud.
Adesso vedono la loro situazione stretta da politiche europee restrittive e non risolutive,  e soprattutto vedono i “vicini” – le regioni a statuto speciale -  che hanno un altro passo e che hanno altre possibilità- non solo per le loro strutture ma anche soltanto per il singolo personaggio che vi abita.
E quindi la retorica antieuropeista montante non aiuta a stemperare il clima di tensione che è presente in Veneto e nelle altre zone del nord; non credo che il trattore-armato dovesse servire ad andare a bombardare il Bundesbank tedesco proprio quando c’era la Merkel, ma insomma…
Però, di una cosa dobbiamo tornare a parlare: l’ho già detto diverse volte, in tempi non sospetti, ma vorrei sapere dagli attuali governanti per quale motivo quelle regioni a statuto speciali, nate nell’immediato dopoguerra per sopperire a situazioni speciali, debba persistere ancora adesso, dando privilegi ai loro abitanti rispetto a quelli che risiedono nelle zone adiacenti.
Ovviamente, queste sperequazioni, specialmente in periodi di crisi come è quella attuale, vengono a galla e diventano motivo di frizioni che portano anche a reazioni scomposte; non dico che questo possa giustificare “Tanko”, ma insomma, può significare il motivo scatenante per menti labili e facilmente coercibili.
Ma ricordiamoci che “Tanko” si combatte combattendo l’inconcludenza della politica e dell’inutile burocrazia, come il premier sta dicendo da tempo e come sta cercando di fare anche adesso; speriamo che questo impegno porti a qualcosa di positivo.

sabato, aprile 05, 2014

E IL LAVORO??!! 



Durante la visita ufficiale di Renzi al premier inglese Cameron, è arrivata la notizia che in Italia la disoccupazione ha raggiunto il 13% (disoccupazione giovanile (42%); il nostro premier è sembrato basito ed ha affermato: “è un dato mostruoso”.
Il suo ministro del lavoro, Giuliano Poletti, aveva già previsto un anno difficile, un anno – tanto per fare un esempio – che sarebbe ritornato a quanto avveniva quaranta anni fa.
I dati positivi: l’economia italiana sta crescendo al ritmo dello 0,4-0,5 per cento ogni anno; ovviamente si tratta di cifre troppo modeste perché gli imprenditori abbiamo un qualche interesse a mettere nuovi collaboratori sotto i loro capannoni.
Anzi, semmai continuano a cercare di ridurre ancora un po’ gli organici per tentare di far quadrare i conti.
E, sia chiaro, non è assolutamente possibile attendersi miglioramento a breve termine e il famoso “Jobs Act” non è nient’altro che un decalogo di volontà – magari anche giuste e ben messe -  ma basta qui, senza cioè che dalle parole scritte ci sia un minimo di speranze di arrivare alla concretezza delle assunzioni.
Insomma, si possono scrivere tutti i job acts che vogliamo, ma rimane il fatto che solo una robusta crescita può convincere gli imprenditori ad assumere nuovi lavoratori; questo perché – come ho già avuto modo dio dire varie volte – solo una maggiore disponibilità di denaro potrà incidere favorevolmente sui consumi e, di conseguenza, invogliare gli imprenditori ad aumentare la forza lavoro, certi che la maggiore produzione verrà premiata da nuove vendite e via di questo passo: più denaro a disposizione, più consumi in atto, più operai che possono aspirare a nuovi posti di lavoro; insomma, la ruota dell’economia riprenderebbe a girare e tutti trarrebbero i loro benefici: gli imprenditori aumentano i consumi, la forza lavoro ha possibilità di essere assunta con maggiore dovizia, stante l’aumento degli acquisti che si sta realizzando per effetto degli aumenti dei consumi, diretta conseguenza delle maggiori cifre presenti nelle buste paga.
Tutto bene, ma ritorniamo con i piedi per terra; le statistiche ci dicono che solo nel 2015 – cioè l’anno prossimo – la disoccupazione accennerà a scendere (dal 13% al 12,7%); poi continuerà a scendere – se le cose continueranno ad andare per il verso giusto – ma con una lentezza esasperante; un solo esempio: nel 2022 si calcola che sarà ancora vicina al 10%. Tutto questo perché abbiamo una bassa crescita che si porta appresso una bassa diminuzione della disoccupazione.
Tutto questo disastro nasce dal solito fatto: “la mancanza di crescita”; nei cinque anni che hanno preceduto la grande crisi, l’Italia ha avuto un aumento medio del Pil pari all’1,3 per cento (e la disoccupazione era al 7,4%); nei cinque anni della crisi (2008-2012) il Pil italiano è arretrato dell’1,4% all’anno e il numero dei senza lavoro ha cominciato a volare in alto.
Quindi, se da qui al 2017 la nostra crescita sarà grosso modo dello 0,5 per cento.- cioè quella attuale – è difficile sperare in una ripresa dell’occupazione; solo a partire dal 2018 la crescita italiana ritornerà sopra all’1% e la disoccupazione allora calerà in modo “importante” per fermarsi, al più presto possibile, intorno al 10%.
Senza qualche magia. quello che ho sopra descritto sarà l’andamento dell’economia italiana che – come ho sopra detto – continuerà a navigare sotto costa appesantita da un numero di disoccupati sempre più intollerabile..

martedì, aprile 01, 2014

SONO RIENTRATO (IN RITARDO!!) 



Avevo scritto che sarei mancato all’appuntamento con i miei lettori per una settimana, durante la quale avrei tenuto un corso di cinema in una scuola di Taormina; purtroppo sono rientrato in orario ma con una gamba molto gonfia e una carenza respiratoria abbastanza accentuata; la dottoressa che mi segue normalmente mi ha consigliato di recarmi presso un pronto soccorso di un ospedale e farmi ricoverare e così ho fatto.
Ci sono rimasto una settimana ma sono uscito “sistemato a dovere” e  pronto a ributtarmi della mischia della vita.
La politica nostrale è in grande fibrillazione – Renzi vuole distruggere il senato e i senatori non sono d’accordo come era logico attendersi – ma l’argomento non mi solletica più di tanto e così in questo mio post di ripresa contatto, mi voglio occupare di un argomento che sembra futile ma comunque per me è interessante: la ricoperta dei “dirigibili” per farci volare la gente.
Il progetto – avviato dall’Università di Modena e Reggio Emilia – è teso a dimostrare la fattibilità tecnologica di questo sistema, ma è stato aggiunto che occorrerà stanziare fra gli 80 e i 90 mili8oni di euro per realizzare un prototipo operativo nell’arco di tre anni e mezzo; da aggiungere che il pro0getto è stato sottoposto anche ad alcune realtà dell’imprenditoria e sembra che sia stato manifestato un certo interesse.
Ma i più giovani tra i miei lettori sanno che cosa è il dirigibile? Facciamo un lungo passo indietro – di circa un secolo fa, prima della grande guerra – e ricordiamoci che per viaggiare velocemente tra Francoforte e Baden Baden oppure tra Amburgo e Lipsia, si poteva prendere … uno stranio aggeggio chiamato dirigibile; fra il 1909 e il 1914, i giganteschi “zeppelin” della Delag, la prima compagnia aerea del mondo, percorsero 175/mila chilometri con quasi 35/mila passeggeri; poi, negli anno ’20 le impressionanti aeronavi tedesche solcarono gli oceani ed arrivarono fino agli Stati Uniti ed ad Brasile.
Tutto sembrava andare per il meglio e lo zeppelin era diventato un mezzo “sicuro”, quando nel 1937 su ha il famoso disastro dell’Hindenburg, il più grande dirigibile mai costruito, che prese fuoco nel New Yersey e provocò la morte di 36 persone; il tragico evento mise in soffitta il dirigibile”.
Eppure, ai giorni nostri, che hanno visto la messa in pensione anche del Concorde e continuino a nascere aerei sempre più grandi, mi sembra logico che si rispolveri anche il “vecchio” dirigibile e venga preso contatto con l’Università di Modana e Reggio Emilia venga spronata a mettere mano ad un progetto che rispolveri il dirigibile di quasi cento anni fa.
L’ateneo reggiano abbandona l’idea dei classici colossi fusiformi e concepisce una sorta di piattaforma stratosferica che funga da “dirigibile-madre”; da questa piattaforma che assomiglia piuttosto ad un grande disco volante, pesa 28 tonnellate e resta sospesa in aria a 15/mila metri di altezza e funziona come una sorta di hub aeroportuale; da terra si staccano i “dirigibili-navetta”, i cosiddetti feeder, ciascuno capace di trasportare una trentina di passeggeri. Questi strumenti – pieni di idrogeno – si alzano grazie alla spinta di galleggiamento e vanno ad agganciarsi con la piattaforma come se fosse una stazione spaziale.
Il dirigibile-madre e le navette poi si spostano insieme con motori alimentati da pannelli fotovoltaici che nella stratosfera riescono a produrre il triplo di energia rispetto a quella prodotta al suolo; sembra tutto bello9; ma funzionerà bene?!

domenica, marzo 16, 2014

COME ANDRA' CON IL GAS RUSSO ?? 



E’ evidente che la crisi ucraina si gioca soprattutto nel campo  dell’energia, in particolare sul gas;  i tempi in cui si giocherà questo match sono asimmetrici, ossia avremo un primo ed un secondo tempo o, per meglio dire, cosa accadrà a breve e cosa a lungo termine.
Nel primo caso (l’immediato) le conseguenze di un precipitare della crisi ricadrebbero soprattutto sull’Europa a seguito di una prevedibile interruzione delle forniture di metano, mentre a lungo termine a rimetterci sarebbe soprattutto la Russia., in particolare per la diversità degli atteggiamenti negoziali dei 28 paesi, che scelgono singolarmente in base alle peculiari necessità e situazioni.
E questo spiega anche perché al tavolo della crisi Bruxelles non sia presente, inerme e inerte e soprattutto incapace di proporre qualcosa di costruttivo all’infuori di ridicole sanzioni (sui visti e sui viaggi!!).
L’Europa, nel campo dell’energia è divisa in tre blocchi: da una parte i paesi che non importano o importano poco metano dalla Russia e quindi sono pronti a fare la voce grossa con la Russia ma non si dichiarano disponibili a condividere le risorse con la Gran Bretagna, unico Paese europeo produttore di metano.
Il secondo blocco ha al suo interno i paesi che dipendono ampiamente – con contratto a lungo termine che non possono stracciarsi da un giorno all’altro – e tra questi abbiamo la Germania e l’Italia.
Nel terzo blocco abbiamo i paesi del nord-est, specie le ex repubbliche sovietiche che dipendono totalmente dalla Russia e che farebbero di tutto per sottrarsi a questo “obbligo”.
Una eventuale azione di forza di Mosca che – come nel 2006/2009 -  portasse al blocco delle fornitura di metano come ritorsione politica alle posizioni filo-occidentali di Kiev, strumentalmente motivata da ragioni economiche come rimborso dei debiti e pagamento di prezzi “pieni” per il metano, ne ridurrebbe ulteriormente la credibilità, fattore che sta alla base dei rapporti commerciali nel mondo del metano.
Insomma, se nel breve periodo i costi ricadrebbero sui paesi europei “ostaggi” del mertano russo, con la possibilità comunque di rimediarvi, nel lungo termine le conseguenze per Mosca sarebbero inevitabili, in quanto si rimetterebbero in gioco i progetti che si vanno realizzando dalla  Russia all’Europa e si accelererebbero i progetti alternativi di rifornimento, dall’area azera a quella irachena e altre aree, via pipeline LNG.
E inoltre, si ridurrebbero le assurde resistenze all’esportazione del metano verso l’Europa da parte degli Stati Uniti, da sempre ostili alla dipendenza europea dal metano russo, ma contrari a venderci del suo.
Insomma, nel lungo termine si ridisegnerebbe la geopolitica del metano e questo avverrebbe a danno esclusivo della Russia in quanto si ridurrebbe la sua possibilità di mantenere il ruolo di fornitore primario dell’Europa, sia di petrolio che di metano.
Sembrerebbe quindi che, stando a questa analisi, basata su pragmatismo e razionalità, alla fine prevarrà la forza dell’economia sulla forza della politica e delle armi e quindi saranno i mercati a decidere la dinamica futura degli eventi.
Intanto vi saluto per una settimana – da oggi alla domenica dopo – in quanto sarò in Sicilia, a Taormina, per fare “una settimana di cinema”  in un liceo; speriamo vada tutto bene; fatemi gli auguri; ne ho proprio bisogno!!

venerdì, marzo 14, 2014

VIVA FANTOZZI 



Ricordate il famoso urlo del rag. Fantozzi “La corazzata Potenkim è una cagata pazzesca!”; ebbe 45 minuti di applausi nei “cineforum” imposto nell’azienda dove lavora Fantozzi; poi però le cose vanno per il peggio, come avviene in tutti i film di Fantozzi, ma questo è un altro discorso.
Ci sono stati molti osservatori del costume ed anche alcuni politici, che hanno presentato la vittoria de “La grande bellezza” agli Oscar come una vittoria dell’Italia che ci dovrebbe portare a fare grandi cose in campo economico e finanziario.
Scusate l’ignoranza, ma non riesco a trovare un minimo nesso tra la vittoria di un film italiano agli Oscar di Los Angeles e l’andamento della nostra economia. È sicuramente colpa mia !!
Debbo aggiungere che il film in questione, presentato a Cannes ed a Venezia, non ha vinto proprio niente in entrambi i festival,  ma anche questo è un altro discorso.
Troppo facile, direte voi, troppo semplice, eppure ricordiamoci che una semplice scintilla accende il motore di un bolide di Formula Uno, e allora perché non sperare che il film in questione – che tratta dei nostri pregi e dei nostri difetti – non sia una sorta di fattore scatenante che ci unisce, ci toglie il magione di dosso e ci inoculi una bella speranza per il domani e ci spinga a rimboccarci le maniche semplicemente perchè è giusto farlo.
Anzitutto diciamo che il film, proiettato su Canale 5 ha fatto il 36% di share, cifra mostruosa con gli ascolti di oggi.
E se da questo potesse nascere – o meglio ripetersi – un miracolo che già abbiamo visto? Ricordate il 1982, quando il nostro Paese si barcamenava in bilico sul baratro della bancarotta, con l’inflazione alle stelle e i contrasti sociali che erano più che accesi.
Ebbene, l’Italia del calcio vinse il Campionato Mondiale e l’Italia degli italiani “normali” si immedesimò in questi ragazzi e riscoprì l’orgoglio nazionale, la soddisfazione nel lavoro, il piacere dell’identità che ci accomuna tutti, giovani e vecchi, ricchi e poveri.
Probabilmente, anzi sicuramente, ci furono altre concause che ci trassero fuori dalla melma nella quale eravamo sprofondati, ma non ci costa niente pensare che l’effetto a catena del mondiale vinto è stato il motore trainante con il quale abbiamo vissuto di rendita diversi anni, quasi fino agli anni della recente crisi.
Insomma, senza svendere pezzi pregiati della nostra Italia agli avvoltoi internazionali, senza piangerci addosso, senza ripetere ossessivamente che non c’è futuro e che si farebbe meglio a espatriare.
Forse, il film di cui sopra, ci ha mostrato al mondo intero – ma anche a noi stessi – che non esiste paese al mondo che sia in grado di offrire lo stesso tenore e piacere di vita.
Intanto possiamo fare un accostamento: non trovate che “La grande bellezza” possa bene identificarsi con la bellezza dei nostri giovani che si barcamenano tra mille difficoltà per cercare di sbarcare il lunario.
E se questo evento può rappresentare l’attesa scintilla tanto attesa che rimetterà in moto l’Italia, ben venga, quasi come se fosse il Messia. E speriamo che quella statuetta vinta a Los Angeles diventi immediatamente patrimonio della Nazione e risvegli sentimenti a lungo sopiti. E se avete qualche dubbio, provate a guardare negli occhi i nostri giovani con la loro “grande bellezza”.

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