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martedì, agosto 08, 2006

CABIRIA E IL TERMOMETRO 

Per questo mio post quasi ferragostano uso una sequenza del celebre film di Federico Fellini “Le Notti di Cabiria”; il film, uscito nelle sale nel 1957, si avvale di una splendida interpretazione di Giulietta Masina e, nello stesso anno, ha ricevuto il Premio Oscar per il miglior film straniero; spero che una buona parte dei miei lettori lo conoscano.
Dunque, la sequenza in questione è quella nella quale Cabiria – deliziosa prostituta dal cuore d’oro e dalle mille speranze per il futuro – conosce un celebre attore, interpretato da Amedeo Nazzari e viene da questi riaccompagnata a casa; quando il divo le chiede dove abitasse, Cabiria gli indica il luogo – alla estrema periferia di Roma, abitato da povera gente, afflitta soprattutto da una ben più tragica miseria morale – e aggiunge subito dopo, vedendo la faccia dell’attore: “ma io non sono mica come quelli che abitano accanto a me; a me non manca niente, in casa mia c’è tutto, pensi che ho anche il termometro!”.
Ecco, l’oggetto di questo mio scritto è proprio questo: il termometro; per Cabiria è il massimo dei sogni, l’aspirazione raggiunta di una agiatezza tranquillizzante, ma è al tempo stesso un utile strumento da usare in caso di bisogno.
Portiamo questo esempio ai nostri giorni e vediamo se possiamo traslare un similare desiderio che, nella sua semplicità, possa diventare sinonimo di raggiunto benessere: forse è il televisore al plasma, nelle sua variegate forme e caratteristiche; ma se questo è vero, quanta differenza tra i due “sogni”!!
In quello di Cabiria infatti troviamo l’appagamento di una donna – sia pure di animo semplice – dopo una vita di lavoro; in quello dei nostri contemporanei riscontriamo invece una sorta di ricerca dello “status symbol” ed allora ecco che la comparazione si fa interessante.
Ritengo di poter affermare che, mentre fino ad una quarantina di anni fa, i desideri rappresentavano il raggiungimento di un “bisogno”, adesso non sono altro che delle “imposizioni” che la società inventa a nostro carico e che, se non vengono assolte, ci emarginano nei confronti degli altri.
Allora possiamo dire che questo andare incontro al superfluo è una forma del raggiunto benessere? Ma se questo è vero, questo benessere si sostanzia in un consumismo sfrenato e, sostanzialmente, non appagante.
Ma alla fin fine, possiamo ipotizzare un ritorno ai desideri di Cabiria? Possiamo insegnare ai nostri figli o nipoti a desiderare non la Play Station, ma un normale libro di lettura (Salgari andrebbe benissimo)?
È difficile rispondere a questa domanda, specie perché la società caratterizza – e ci impone – tutta una serie di nostre azioni che, se non realizzate, ci conducono ad una sorta di emarginazione sociale difficilmente accettabile.
Mi spiego in due parole: se regaliamo un libro al posto di un giochino per la Play Station, nostro figlio (o nipote) sarà emarginato nell’ambiente che egli frequenta – scuola, palestra, ecc. – in quanto si presenta “diverso” dagli altri e l’attuale società ha una paura sfottuta dei non allineati.
Come vedete non è facile ricreare Cabiria ed il suo termometro ai giorni nostri, ma possiamo provarci con piccole mosse e con piccole iniziative, come quella di regalare un libro, nonostante tutto.

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