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domenica, luglio 07, 2013

LE TASSE, LA CRESCITA E LA SPAZZATURA 



Sotto un certo aspetto dobbiamo per forza provare simpatia per un onest’uomo come Letta, attuale Presidente del Consiglio, il quale è chiamato ad un difficile (impossibile?) compito: riuscire a coniugare la crescita della nostra economia con un bilancio dello stato sul quale l’Europa non abbia niente a che ridire.
La cosa che sta più a cuore al nostro ardimentoso Presidente è il lavoro – stante il numero mostruoso di disoccupati – sia esso per le giovani generazioni che per chi è  stato espulso dal settore produttivo per motivi economici e non è più giovane.
Al momento il 25% dell’industria italiana, rispetto alla “pre-crisi”, non lavora, cioè ha i capannoni con la luce spenta e non per cattiva volontà, ma per la semplice ragione che non sanno a chi vendere i prodotti che eventualmente verrebbero fabbricati.
Questo è il dramma delle aziende che lavorano quasi esclusivamente con riferimento al mercato interno che, al momento è stagnante con tendenza al ribasso.
E allora, si domanda l’imprenditore, per quale motivo assumere giovani o meno giovani? per fare cosa? Forse per produrre articoli che poi sono destinati a languire nei magazzini già pieni di merce invenduta.
E qui, sorge spontaneo l’altro aspetto della crisi e delle sue soluzioni; se non viene rilanciata l’economia in modo che la gente torni a consumare, il cerchio non si chiude: il consumatore non consuma e il produttore non produce; mi sembra semplicissimo.
Quindi, se non sbaglio, il problema consiste nel fare in modo di mettere un po’ più di soldi nelle tasche degli italiani “medi”, soldi che poi entrerebbero virtuosamente nel giro dell’economia e farebbero ripartire le fabbriche le quali sarebbero ben liete di assumere personale per produrre quello che la gente si aspetta.
Allora, se lo Stato e gli Enti locali devono ancora trovare dei soldi per ripianare i proprio bilanci, facciano di tutto per non toccare i ceti medio-bassi, altrimenti si continua a tenere ferma la produzione di beni e servizi diretta proprio a questa fetta di consumatore.
E invece credo  che spunti fuori qualche “pasticcio” che imporrà al povero Letta di mettere mano al portafoglio degli italiani; l’ultima notizia – che mi sembra più una battuta che una notizia – è quella rilanciata da un’inchiesta dal Financial Times in cui si parla di un “buco potenziale di 8 miliardi di euro a causa delle perdite sui derivati detenuti nel portafoglio statale”.
Quando ho letto la notizia ho fatto un balzo sulla sedia: ma come, mi sono detto, tutti i giornali e tutti gli esperti considerano i derivati come un qualcosa molto più vicino ad un gioco d’azzardo che ad un investimento e lo Stato Italiano spende la bellezza di 8 miliardi per acquistare queste cose che – in natura – molti considerano “spazzatura”.
Per smontare le voci e per tranquillizzare i mercati, la Corte dei Conti comunica che l’indagine (allora c’è un’indagine!!) è riferibile unicamente all’operazione, già conclusa all’inizio del 2012, con la quale si è provveduto alla chiusura di un contratto sottoscritto nel 1994 con la Banca Morgan Stanley.
I nostri partner europei ci chiedono “più elementi di informazione”, ma al tempo stesso rassicurano che “per ora” non viene cambiata la valutazione sul deficit italiano”.
Insomma, qualcosa c’è o c’è stato, ma le alte autorità finanziarie e politiche italiane sono brave – per ora – a tenere il segreto; certo che gli atteggiamenti di superiorità che si hanno verso quelle economie piene di questi titoli “spazzatura” (esempio: Irlanda e Grecia) andranno rivisti, alla luce di quello che verrà fuori.

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