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lunedì, ottobre 10, 2011

A PROPOSITO DELLA "CRESCITA" 

È ovvio che la soluzione di qualsiasi crisi si ha quando il mercato – sia interno che estero – ha ripreso a crescere; in particolare, la crescita di quello interno è dettata dall’aumento dei consumi, autentico termometro dell’andamento della crisi.
Per dare una mano al nostro premier che – mi si dice – è impegnato allo spasimo nello studio di questo problema e dei modi di risolverlo, cercherò di tirar fuori qualcuna delle mie idee “bislacche” che potrebbero andargli bene e così tornare alle sue escort, ai suoi festini, ai suoi bunga bunga che, sempre secondo le voci, in questi giorni sarebbero passati in secondo piano; insomma, prima il lavoro e poi…”il resto”!
Riprendo un concetto che ho già espresso tempo addietro: gli studi – gli ultimi sono di Confcommercio e Confindustria – ci dicono unanimemente che le famiglie italiane hanno perduto negli ultimi quattro anni la bellezza di 10/mila euro; cioè, nelle nostre tasche sono entrati 10/mila euro in meno rispetto a cinque anni fa e quindi è facile dedurre che siamo alla stretta sulle spese, addirittura anche quelle alimentari.
C’è poi da aggiungere che la tassazione record di questi ultimi tempi ha corroso il reddito pro-capite del 7% in termini reali e quindi parlare di “fuga dagli scaffali” non è più solo una battuta, ma una triste realtà.
Una recentissima statistica ha posto una semplice domanda agli italiani – scelti ovviamente secondo campionature attendibili – e cioè se prevede di spendere meno nei prossimi 12 mesi di quanto ha speso negli scorsi 12 mesi e, in caso di risposta positiva, in quali settori calerà la scure del taglio; il risultato è stato agghiacciante: solo il 14,7% degli intervistati dice che non cambierà sistema di consumo in nessun settore e quindi, in concreto, non ha risentito della crisi.
Gli altri, circa l’85% arranca con segni meno in tutti i settori, anche in quelli che finora erano risultati al riparo da qualunque crisi: l’alimentare e l’elettronica.
Il primo ha un dato del 42,7%, cioè – lo ripeto ancora una volta – il 42,7% degli italiani prevede di spendere meno dell’anno scorso; il secondo settore, che mi ha meravigliato in quanto ha sempre segnato il segno più, cioè quello dell’elettronica (televisori, computer, macchine fotografiche e videocamere) che ha fatto segnare un meno 20% circa. Comunque, il comparto che prevede una diminuzione maggiore di tutti gli altri è quello dell’abbigliamento, sia esterno che intimo, il quale marca un meno 44,4%; come dire che i vestiti di quest’anno devono fare anche per il prossimo anno.
Comunque, tutto questo che ho segnalato è quanto meno “scontato”; fate mente locale e seguite questo mio ragionamento: qual è l’unica cosa che il cittadine non può dismettere o consumare di meno: in primis le tasse e subito dopo le bollette per le utenze domestiche, tutte cose che segnalano aumenti non indifferenti (il gas segnala un prossimo +5,5%); quindi, mentre la gente ha delle uscite improcrastinabili, può arrangiarsi con il vestito dell’altro anno oppure può comprare meno frutta e più pasta, ammesso che ne valga la pena dal punto di vista pecuniario.
Guarda caso, le cose sulle quali il cittadino non ha voce in capitolo, cioè non può scegliere, sono tutte gestite in un modo o nell’altro dalle strutture statali; quindi basterebbe che si potesse attuare un blocco di queste spese per un anno o due e probabilmente, il cittadine ritornerebbe a spendere per il vestito, per la carne o per il televisore nuovo.
Spero di essere stato chiaro in questa mia disanima del mercato alla ricerca di un modo per aumentare i consumi; se poi è tutto sbagliato, me ne scuso.

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