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lunedì, febbraio 01, 2010

ANCORA SUL LAVORO 

Ritorno sul problema del lavoro in Italia – ma potrei dire “nel mondo”, purtroppo – e prendo a pretesto un’affermazione del Papa (uno che neppure mi è tanto simpatico) pronunciata in occasione dell’Angelus di ieri: “ bisogna fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie”.
La frase del Papa non è niente di particolarmente impegnativo, non è neppure tanto ”cattiva” nei confronti dei poteri forti che regolano questo problema, ma almeno è qualcosa, specie perché viene pronunciata il giorno successivo all’ennesima tragedia che si è consumata a causa della perdita del lavoro: a Bergamo un operaio di 36 anni è morto dopo aver perso il lavoro ed ha scelto un modo atroce per farlo, in quanto si è cosparso di benzina e si è dato fuoco; il ricovero al Centro Grandi Ustioni non è servito a salvargli la vita.
Poco tempo dopo il messaggio del Papa, il nostro Ministro del Lavoro, Sacconi, di solito prudente e attento a non scontentare nessuno, si è lanciato in una affermazione che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia: “le imprese debbono esprimere quella responsabilità sociale che deve indurre a non compiere scelte di ridimensionamento occupazionale, dopo avere avuto lunghi anni di utili e magari di aiuti pubblici”.
L’affermazione di Sacconi si riferisce in particolare ai casi FIAT e Alcoa per i quali – continua il ministro – “il nostro compito è quello di scoraggiare i licenziamenti e mettere a disposizione ammortizzatori sociali come la Cig e i contratti di solidarietà”.
Ma del discorso del nostro ministro, vorrei riprendere il concetto degli aiuti pubblici che vengono posti in una forma che parrebbe impegnare l’azienda ricevente a comportarsi in modo “socialmente solidale”; ebbene, su questi aiuti, sarebbe opportuno che dal Ministero competente cominciassero ad uscire alcuni numeri, in modo che la gente si renda conto di “quali cifre” stiamo parlando.
Ed a questo proposito, cominciamo subito dalla FIAT e mettiamo alcuni punti fermi: nel 2009 l’azienda torinese ha venduto 2 milioni e 150 mila autoveicoli; se il ministro ci fornisce la cifra unitaria dell’incentivo pagato dallo Stato, siamo abbastanza bravi da fare la moltiplicazione da soli e ricavare così l’importo che lo Stato ha speso complessivamente “per aiutare la Fiat lo scorso anno”; non credo che sia una cifra da poco, ma comunque mi piacerebbe conoscerla.
Ma nel rapporto FIAT/Stato, è sempre presente il principio che l’azienda è uno dei “poteri forti”, forse il primo di questa categoria e lo Stato in un eventuale braccio di ferro, rischierebbe di spezzarsi le ossa.
Eppure, in Europa, tutti gli stati più importanti (Germania, Francia, Inghilterra) hanno subordinato la concessione di tali “aiuti” a comportamenti “virtuosi” – sotto il profilo sociale – delle aziende che li ricevevano; possibile che solo in Italia non si possano mettere delle clausole di questo genere, ma ci dobbiamo accontentare delle “raccomandazioni” del ministro?
L’affermazione fatta da Sarkozy alcune settimane fa, secondo la quale “la Francia con dà aiuti alle aziende automobilistiche per poi vederle delocalizzare la produzione verso altri Paesi”, mi vede molto consenziente; e in questo non dobbiamo credere che si tratti di vieto “protezionismo”, ma solo che in questo periodo di crisi globale, se le strutture europee consentono di aiutare determinati comparti, lo fanno per salvaguardarne i livelli occupazionali e non per impinguarne i bilanci. Chiaro il concetto??.

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