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domenica, gennaio 18, 2009

NOI E I CINESI 

È bastato che un giornale americano – il Chicago Tribune – mandasse un suo corrispondente e facesse un servizio su Prato, per scatenare una ridda di polemiche e di iniziative; notare bene che gli abitanti di quella città e della vicina Firenze, sono decenni che parlano di questo problema, senza che nessuna autorità muovesse un dito. Ha scritto il giornalista che una situazione come quella vista a Prato non l’aveva riscontrata in nessun’altra città del mondo: questa chinatown non è come quella di New York o di Chicago. Questa “è” la Cina, qui i bianchi sono considerati stranieri.
A Prato abbiamo 20.000 cinesi (il 10% dell’intera popolazione) e questa cifra è andata aumentando in forma esponenziale negli ultimi anni: pensate che nel 1988 – cioè, soltanto 20 anni fa – i cinesi presenti sul territorio del Comune di Prato erano 31; adesso il cosiddetto modello pratese è talmente ben sviluppato e ben organizzato che sembra pronto ad essere esportato in altre città italiane.
L’immigrazione cinese ha caratteristiche completamente diverse sia da quella africana che da quella dell’est Europa; infatti i cinesi arrivano, nella stragrande maggioranza, con un visto regolare, ma quel che più conta possono vantare anche disponibilità finanziarie; a questo proposito è diventata una sorta di leggenda metropolitana la loro appartenenza ad una “mafia cinese” che li manderebbe in giro per il mondo per conquistare territori e disporre di basi operative per i traffici di droga e di ragazze.
Ma quali sono le caratteristiche peculiari di questi immigrati? Anzitutto la loro grandissima voglia di lavorare, la loro tenacia e la conoscenza del settore tessile, conoscenza acquisita nel loro paese d’origine e in particolare nella provincia dello Zhejiang, terra a vocazione quasi interamente tessile.
Sono arrivati in Italia con un po’ di denaro (in seguito sempre più forniti!!) ed hanno iniziato a lavorare in capannoni abbandonati, ovviamente non a norma, tenendo dei ritmi operativi impensabili per tutti noi: la famiglia, compresi bimbi e anziani, teneva i telai in funzione 24 ore su 24; ed è così che sono iniziate le prime produzioni che si sono poste, naturalmente, in conflitto con quelle degli “italiani”, quelle cioè fatte seguendo standard produttivi e sindacali completamente diversi e quindi “perdenti”.
Comunque, con questi rappresentanti del mondo cinese, si sono arricchiti in diversi, anche se forse altrettanti hanno perduto la loro attività; per esempio, coloro che hanno affittato – ovviamente “a nero” - le loro stanze o stanzoni, vecchi e fatiscenti con dei prezzi simili a quelli dei loft a New York, non possono certo girarsi dall’altra parte nel vedere questa espansione; ed anche molti piccoli artigiani o commercianti che, di fronte alle prime difficoltà, hanno preferito vendere o affittare la propria attività, compresi i locali, garantendosi così una cospicua rendita fuori mercato.
Ma anche le amministrazioni locali hanno le loro colpe in quanto hanno per troppo tempo fatto finta di non vedere e non hanno dato corso alle tante denunce di illegalità diffusa presentate dai cittadini che si trovavano come vicini di casa dei rumorosi cinesi in perenne attività, i quali peraltro non vogliono comunicare con nessuno di noi.
E le forze politiche, al di là di qualche convegno di facciata, hanno lasciato fare e adesso è ben difficile inglobarli nel nostro sistema produttivo e commerciale; ma il solo fatto che “ufficialmente” a Prato non muore alcun cinese, non doveva mettere in allarme?? La multiculturalità è da sempre un valore per la nazione che ospita, ma quello che si è verificato con i cinesi non è stata accoglienza e neppure integrazione; si è trattato solo di una invasione che l’insipienza politica non ha saputo fronteggiare e la avidità dei nostri commercianti ha cercato solo di cavalcare per i propri fini.

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