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domenica, ottobre 26, 2008

FRA INTEGRAZIONE E RAZZISMO 

Un centro di ricerche demografiche – l’Eures – ha prodotto uno studio sulle forme di integrazione di un certo numero (1.105) di stranieri “regolarmente” in Italia; la ricerca si è basata su un campione assolutamente casuale di cui il 55% è rappresentato da uomini e il 45% da donne; che cosa è saltato fuori: anzitutto che l’83% degli intervistati ha un lavoro, in gran parte subordinato e si è dichiarato “molto” o “abbastanza” soddisfatto del rapporto con i colleghi.

Ma il punto dolente deve ancora venire fuori: il 66% degli intervistati ha dichiarato di avere lavorato “in nero” e – buona parte di loro – afferma che tale condizione continua tuttora; ma c’è di più, in quanto un terzo di loro rivela che è “regolare” come presenza, ma è assunto senza contributi e senza una busta paga, quindi è costretto – ai fini della permanenza in Italia – a pagarsi di tasca propria i contributi: ricorderete che varie volte ho sostenuto come le dichiarazioni di alcuni industriali sulla “necessità” di fare arrivare questi lavoratori, rivelavano una volontà del “padrone” di inquadrare degli schiavi nella propria azienda, trasformandosi così da imprenditore a schiavista.

Ma torniamo alla nostra ricerca; ovviamente al primo posto negli obiettivi di questi immigrati è la legalità e la regolarità dei contratti di lavoro (64% di risposte), mentre al secondo posto emerge la sicurezza sui luoghi di lavoro a pari merito con le tutele sociali; infatti, per sostenere queste rivendicazioni, l’80% degli intervistati si auspica la nascita di un sindacato dei lavoratori stranieri in Italia, non ritenendo evidentemente sufficiente e incisiva la tutela dei sindacati confederali; e per concludere, l’80% sarebbe disposto a scioperare.

Facciamo un momento mente locale su cosa significa questo concetto “scioperare”: vi rendete conto che le badanti, addette agli anziani, metterebbero in grave crisi un altissimo numero di famiglie ed altrettanto farebbero gli addetti all’agricoltura (varie raccolte), nonché quelli dei ristoranti e alberghi (sguatteri e facchini) e delle costruzioni (manovali); pensiamoci un attimo e, dopo aver fatto gli scongiuri, smettiamo di considerarli come “schiavi” e guardiamoli come “collaboratori”..

Come si può vedere questi immigrati non hanno paura dei nostri atteggiamenti razzistici ma delle cose concrete che avvengono nel mondo del lavoro; per il razzismo – o presunto tale – ci sono due notizie che in certo qual modo si legano: il primo episodio è avvenuto nelle vicinanze di Genova, dove un venticinquenne italiano ha aggredito un diciannovenne di origine albanese e l’ha colpito violentemente alla testa con un manganello telescopico di ferro, riducendolo in fin di vita.

L’altro episodio si è svolto a Ragusa, dove due minorenni hanno preso a calci e pugni un somalo mandandolo all’ospedale con prognosi riservata: sapete chi sono gli aggressori? Due minorenni, come detto sopra, ma di origine romena.

Eccolo quindi il legame: se volessimo stare alle origini di aggressori e aggrediti, avremmo una situazione assai complessa, in quanto alcune etnie (provenienza dall’Europa dell’Est) risulterebbero sia come aggrediti che come aggressori, mentre l’africano è solo vittima e l’italiano è soltanto aggressore; ma questa “classifica” ha un senso solo in quanto indica che sia noi che gli immigrati siamo nello stesso calderone dal quale si esce soltanto con una robusta dose di “conoscenza reciproca”, senza la quale tutto si complica e finisce in questa lotta tra poveri, nella quale ci siamo anche noi, se non altro in qualità di “poveri di spirito” che, come recita il Vangelo, è la peggiore povertà.


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