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martedì, ottobre 07, 2008

CRISI DEI MERCATI E GLOBALIZZAZIONE 

Anzitutto cominciamo col dire che nel 1929 la crisi che attanagliò l’economia americana fu vissuta solo da loro, senza che i suoi effetti si spandessero per il mondo intero; questo perché in quegli anni non si praticava ancora la globalizzazione ed anzi, ogni paese andava avanti con le proprie idee (economiche o politiche) e non si sarebbe mai sognato di interferire in quello che era l’andamento di un’altra nazione. Adesso, la crisi che brucia giornalmente miliardi su miliardi di euro o di dollari, nasce con i mutui “sub-prime”, cioè concessi con troppa faciloneria ed il conseguente fallimenti di alcune banche d’affari statunitensi, ma si è ben presto allargata a macchia d’olio prima nel vecchio continente e subito dopo sul mercato giapponese; piccola considerazione: l’Asia e l’Africa non sono state ancora toccate dalla buriana finanziaria ed il Medio Oriente – con i suoi problemi interni – sta inneggiando alla crisi definendola come “la cancellazione del Grande Satana”.

Questa situazione che salva alcuni continenti è degna di essere esaminata, ma coloro che saprebbero farlo, se ne guardano bene dall’affrontare il problema, poiché in tale analisi sarebbe giocoforza mettere in discussione la validità della globalizzazione.

“La globalizzazione è un fatto, non una scelta politica”, questa frase è stata pronunciata da Clinton nel 1998 e sottoscritta anche dal nostro D’Alema; “gridare abbasso la globalizzazione equivale a gridare abbasso la legge di gravità”: l’autore di quest’ultima frase è addirittura il grande Rivoluzionario, Fidel Castro.

Con questi grandissimi personaggi che, sia pure da sponde opposte, cantano le lodi del sistema economico in vigore su una larga fetta del pianeta, andare controcorrente è estremamente difficile, ma la situazione che stiamo vivendo è dovuta in massima parte all’adozione di questo sistema che provoca una tragica circostanza: ognii turbolenza che si verifichi in qualsiasi parte del mondo, finisce per ricadere sulla testa di uomini che non hanno avuto alcun ruolo – né di decisione, né di controllo – sulle cause che hanno provocato tale turbolenza.

E il fatalismo che traspare dalle dichiarazioni di quegli uomini politici, sposato anche dall’economista Adam Smith, conferisce alla globalizzazione una sorta di appartenenza a “leggi di natura”, come possono essere i terremoti, le alluvioni, il passare delle stagioni, le lunazioni, insomma tutti quegli eventi ai quali l’uomo è costretto ad inchinarsi e a dichiararsi impotente.

E invece, la globalizzazione è tutto meno che una cosa “naturale”; lo dimostra anzitutto il fatto che per milioni di anni gli uomini hanno compiuto scelte diverse, vivendo quindi in un mondo che era tutt’altro che globalizzato.

Una frase del Ministro Tremonti esemplifica molto bene la situazione attuale: “come tutte le crisi, anche questa finirà, ma è difficile dire quando; non è la fine del mondo, ma la fine di un certo mondo; non è il fallimento di una banca o di alcune banche, ma di un sistema”; in coda a questa dichiarazione che mi appare come molto onesta, appare un suggerimento che mi piace riportare ai miei lettori in quanto mi sembra assai sintomatico: “il mio suggerimento è quello di abbandonare l’esasperazione del finanziario per passare ad una economia sociale di mercato, in altre parole un’economia che non dimentichi gli aspetti etici”: sottoscrivo in pieno!!

Se fossimo fuori da un sistema globalizzato, potremmo dire a Tremonti che le leve di potere che ha in mano gli consentirebbero questa svolta, ma così come stanno le cose, nessuno, da solo, può fare niente: che tristezza!!


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