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lunedì, ottobre 02, 2006

DUE PAROLE SUL "CETO MEDIO" 

Voglio subito dire che questa “finanziaria” nelle sue linee guida, nella sua filosofia di fondo, mi trova abbastanza consenziente; infatti si è cercato di recuperare i denari che dobbiamo rimettere in cassa (pena la bancarotta) attingendo alle tasche (non di tutti gli italiani come dice Tremonti) ma soltanto di quelli che veleggiano su redditi da 40/45 mila euro in su.
Ed a questo proposito vorrei proprio sapere come possa l’opposizione affermare che si sta colpendo il ceto medio: ma come, secondo loro tutti quelli che guadagnano da circa cento milioni del vecchio conio in su possono essere considerati “ceto medio”, cioè middle class, come si usa dire nei paesi anglosassoni.
No, cari amici, questi signori che vedono incrementare la loro IRPEF di cifre che variano dalle 700 alle 1200 euro, non sono la classe media, ma sono coloro che guadagnano bene, ma parecchio bene, anzi benissimo e che si possono permettere ben altro che un prelievo forzoso di una cifra che loro impiegano per una cena con alcuni amici in un ristorantino di gran lusso.
Comunque, detto bene della manovra, debbo anche manifestare alcune perplessità che continuano a frullarmi in testa; anzitutto il volere colpire – con imposte dirette – certi tipi di consumi (i S.U.V.) anziché altri: mi sembra un modo di voler selezionare i consumi degli italiani, quasi a dare valore etico ad alcune spese invece che ad altre e questo, un liberale puro come me, non lo tollera.
Un’altra cosa che non mi è andata giù è l’abbandono – o giù di lì – della famosa lotta all’evasione, battaglia che tanti ministri e tanti governi hanno invano tentato, salvo poi rifugiarsi nel già collaudato “condono” che è l’esatto contrario della lotta all’evasione.
Non vorrei che per lotta all’evasione si contrabbandasse la lotta ad alcuni consumi, perché non c’entra niente, anzi sono due cose diverse, distinte e distanti tra loro.
La lotta all’evasione si fa con una profonda riforma del nostro sistema fiscale, con una sistemizzazione degli scarichi fiscali che inducano il contribuente a richiedere la necessaria pezza d’appoggio per tutte le spese; in pratica si otterrebbe che il contribuente diventi anche “aiutante” della tributaria in quanto richiedendo sempre e comunque la fattura o lo scontrino fiscale, si ritrova a fare il gioco dell’erario; ma per fare ciò il contribuente deve avere “la sua brava convenienza”, cioè deve essere facoltizzato a scaricare “tutto”, anche la colazione del mattino composta di cornetto e cappuccino.
Un’ultima perplessità su questa manovra fiscale mi viene spontaneo tirarla fuori: mi sarei aspettato che il governo – ammesso e non concesso che ne avesse l’autorità – si frapponesse in qualche modo tra la rapacità degli enti locali (ora anche con prebende diminuite) e il povero cittadino che si aspetta con terrore di vedere aumentata l’ICI e di vedere applicata qualche addizionale IRPEF.
Forse non poteva farci niente, ma il Ministro dell’Economia, nel comunicare ai Sindaci, convocati appositamente a Roma, di dover diminuire la cifra di competenza degli Enti locali, avrebbe potuto invitare questi ultimi a non rivalersi sui loro cittadini/sudditi, perché sennò non se ne esce: lo Stato diminuisce il gettito a Comuni e Regioni e questi si rivalgono sui loro amministrati; e qui, statene certi, non ci sarà “ceto medio” o ceto basso o alto, tutti verremo colpiti a tappeto, e questa è la vera autentica ingiustizia di questa manovra finanziaria: peccato!!

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