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martedì, novembre 23, 2004

Tre domande sul fisco 

Da persona non addetta ai lavori, con una certa acculturazione – non specifica del settore tributario – mi pongo e vi pongo tre domande in ordine al problema del fisco.
La prima si riferisce al problema dell’elusione, di quel fenomeno cioè che grava come una cappa di piombo su ogni conteggio che la Ragioneria dello Stato mette in piedi.
Se avete notato, ogni volta che viene effettuata una previsione di entrata nel settore fiscale, si aggiunge una cifra – che ahimé è soltanto virtuale – che riguarda il cosiddetto “nero”, quella massa cioè di contribuenti che evade il fisco totalmente o parzialmente.
Queste figure di contribuenti (ovviamente non dipendenti, ma professionisti e autonomi di varia natura) mi hanno sempre dato l’impressione di essere quelli che ci fanno pagare una maggior cifra a noi utenti regolari.
In pratica lo Stato ha bisogno di 15 e se lo spalmiamo su 5 contribuenti viene 3 a testa, se invece i contribuenti sono solo 3, la cifra da pagare ammonta a 5. Mi sembra tutto molto chiaro.
Ora, mi domando cosa ha fatto lo Stato per ovviare a questo problema? L’unico accorgimento messo in piedi consiste nei cosiddetti “studi di settore”, studi cioè che stabiliscono “prima della fine dell’anno” quanto guadagnerai l’anno “prossimo”. E un vero e proprio ladrocinio e invoglia i contribuenti a cercare il “nero”.
Ma se questo sistema non funziona, perché nell’immediato dopoguerra – anziché mettere in piedi la famosa “riforma Vanoni (fu fatta la rima con ..e Dio lo levi dai co…) – non abbiamo mandato una schiera di nostri tecnici a studiare i sistemi fiscali dei principali e più evoluti paesi del mondo e abbiamo poi adottato quello che ci sembrava il migliore?
E questa sarebbe stata la seconda domanda che mi e vi rivolgo; ma ritengo che sia difficile dare una risposta precisa perché nessuno di noi, probabilmente, faceva parte di quelle commissioni destinate a decidere il da farsi.
Ed allora passiamo alla terza domanda e soffermiamoci sul sistema fiscale americano, tante volte visto nei film (ricorderete che Al Capone fu incastrato dal fisco) e, secondo il mio modo di vedere, adattissimo a risolvere due ordini di problemi; andiamo con ordine e cerchiamo di spiegarlo – per quello che ne possa conoscere – almeno nelle sue linee guida, tenendo comunque presente che in America è più facile andare in galera per evasione fiscale che per furto (da noi invece non ci si va in entrambi i casi!!).
Anzitutto il sistema si avvale del principio che afferma la deducibilità di ogni spesa effettuata da ciascun contribuente; mi spiego meglio: se ognuno di noi avesse un guadagno (cioè potesse scaricarla) non credete che si farebbe fare la fattura da ogni artigiano con cui entra in rapporti d’affari?
Ma se così non è, cioè l’eventuale fattura rilasciatami dal falegname o dall’idraulico non mi serve a niente fiscalmente parlando, preferisco un po’ di sconto all’inutile pezzo di carta.In pratica, da quando usciamo al mattino a quando rientriamo la sera, ogni atto economico che abbiamo posto in essere dovrebbe essere suffragato da una regolare fattura che poi si possa detrarre dalla denuncia dei redditi.
Ho avuto modo di vedere le pezze d’appoggio di un cittadino americano per l’effettuazione della denuncia: ebbene era una vera e propria balla, di quelle che noi usiamo per la farina, quasi tutta piena di fogli e foglietti (forse c’era anche lo scontrino del Bar).
Ma sarebbe proprio una cosa improponibile mettere in piedi una riforma del genere? Anche sotto il profilo psicologico, sapendo che tutti fanno la regolare fattura, si pagherebbero le tasse molto meno di malavoglia; non siete d’accordo anche voi?


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