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venerdì, gennaio 16, 2004

La giustizia sociale/2 

Dopo l’antefatto, alcune considerazioni circa il postulato di giustizia: si ha quando tutti i soggetti interessati hanno le stesse possibilità di farvi ricorso con successo. In pratica, se un soggetto ha dei diritti superiori a quelli degli altri, è assurdo parlare di giustizia, poiché quando si presenta di fronte ad essa Lui e gli altri, la famosa bilancia pende inesorabilmente da una parte.
Se applichiamo questo assioma al sociale, si ha che per realizzare una autentica giustizia sociale è indispensabile che tutti i “lavoratori” siano posti nelle medesime condizioni di base.
Mi spiego meglio: gli autisti degli autobus quando scioperano creano caos e vengono quindi necessariamente ascoltati dalla controparte; quando invece altri soggetti – poniamo i lavoratori del comparto tessile – incrociano le braccia, nessuno ne parla, non creano danni a nessuno e quindi per essere ascoltati dalla struttura padronale hanno bisogno di mobilitazioni sempre più massicce.
Questo è un esempio di come due categorie di lavoratori, entrambe con pari dignità, sono collocate di fronte ad una problematica di rivendicazione con diverso “potere” di farsi ascoltare e con diverso impatto sui mezzi di comunicazione di massa.
Specie nella attuale civiltà dove chi non ha ospitalità sui mass-media praticamente non esiste, pensate un po’ l’incidenza su questi mezzi che può avere un commesso di un Centro Commerciale e un addetto al comparto della Sanità: del primo se ne può fare tranquillamente a meno senza grandi sacrifici, dell’assenza del secondo…si può morire!
Dobbiamo quindi cercare un modo per ovviare a queste difformità di trattamento e ripristinare una sostanziale parità all’interno del mondo del lavoro, quella parità che io definisco l’autentica giustizia sociale.
Ma come fare a realizzare questa idilliaca situazione? Nel prossimo intervento cercherò di spiegare la mia idea.


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